Mosca, segnate da brogli, irregolarità, proteste di piazza.
In quell’occasione la Clinton si schierò coi manifestanti anti-Putin, chiese pubblicamente che le elezioni russe fossero “libere, giuste e trasparenti”. All’epoca Putin sentì minacciato il suo potere, temette che l’America stesse fomentando a casa sua un’altra “rivoluzione arancione” come quelle che avevano destabilizzato alcune repubbliche ex-sovietiche.
Cominciarono allora i preparativi per la vendetta, seguiti personalmente da Putin nella ricostruzione che ne fa adesso l’intelligence Usa. In base a queste indagini il presidente russo avrebbe diretto personalmente gli attacchi degli hacker che hanno violato più volte i siti del partito democratico per danneggiarne la candidata alla Casa Bianca.
Il tipo di attacco fu sperimentato prima in Ucraina e in alcuni paesi scandinavi: furti di informazioni, violazioni di siti governativi, diffusione di false notizie, disinformazione su vasta scala.
Poi l’attacco al bersaglio più grosso, la campagna presidenziale americana. Ora tutto ciò ha un interesse storico. Lunedì si riuniscono i grandi elettori per l’ultimo atto formale previsto dalle regole elettorali, perché Trump sia a tutti gli effetti il presidente. I democratici ci provano, a fare una pressione in extremis perché alcuni dei grandi elettori neghino il loro voto a Trump, dissociandosi dal mandato della base: è possibile in teoria, la legge lo consente, ma è a dir poco improbabile.
Quand’anche ci fosse qualche defezione, il margine di vantaggiodi Trump fra i grandi elettori è notevole e dovrebbe metterlo al riparo da sorprese. Resterà quella macchia sulla sua elezione, a futura memoria: il “Manchurian Candidate”, l’uomo diventato presidente forse anche grazie all’aiuto di una potenza straniera.

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