Foxygen “Hang”
Ironici echi di Brodway, pop rock anni 70′ , l’impronta di Elton John in una jam session con Billy Joel, gli Abba che affiorano qui e lì. Tutti questi ingredienti, in un vortice che rischia di far perdere le coordinate temporali, confluiscono nel nuovo lavoro dei Foxygen: opera ambiziosa, almeno nella sua concezione, che coinvolge un’orchestra sinfonica di 40 elementi e una schiera di ospiti illustri che collaborano con il duo californiano. Tra chi li ama per il loro ardito istinto di contaminare stereotipi musicali nel tentativo di rivitalizzarli, e chi li considera solo fuffa citazionista, dare un ascolto a questo “Hang” ci sembra doveroso, quanto meno per farsi un’idea di ciò che è diventato
oggi un certo tipo di approccio sonoro alla rilettura del “classic rock”.
The xx “I See You”
Mentre prima suonavano come dei Cure nati a fine anni ottanta, oggi, dopo l’affermazione di Jamie xx come il pilastro guida del gruppo (il suo In Colour di un paio di anni fa ha riscosso larghi consensi) i The xx abbandonano le chitarre per concentrarsi su una forma canzone sempre minimale e atmosferica ma più elettronica e “prodotta”. C’è chi ha parlato di Coldplay per hipster , ma ciò che ancora li separa dal vero successo di massa è una caratteristica fondamentale, croce e delizia di fan e detrattori: quella vocalità ibrida tra la sinuosità degli Everything But the Girl (nelle corde di Romy Madley Croft) e una “calda” e vissuta profondità (quella di Oliver Sim), che li mantiene sempre al di qua della carica messianica delle voci da stadio.
Baustelle “L’Amore e la Violenza”
Tanto Franco Battiato (“Il Vangelo di Giovanni”) all’inizio di questo nuovo album dei Baustelle, la cui forma canzone è una sorta di marchio di fabbrica per il pop d’autore nostrano degli ultimi anni. In equilibrio nella prima parte, quella più ispirata, tra gli ormai canonici echi dei Pulp (“Amanda Lear“) e i rimandi ai propri ritornelli armonicamente più felici (La title track “L’Amore e la Violenza“) con lo scorrere delle canzoni l’album sembra trovare una sua identità, soprattutto negli arrangiamenti, in certo easy listening tipicamente italiano. Un approccio che richiama non troppo alla lontana sonorità che pescano sia dal neomelodico, quanto dalle musichette da fiera di paese (“L’era dell’Acquario“). Molti fan del gruppo, più che uno scarto in avanti o un passo indietro, considerano questo disco un passo “di lato”.
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